Se avete letto più di un manga sapete benissimo che certi personaggi ritornano, certe situazioni sono per così dire dei classici, certi elementi sono a dir poco familiari. I manga seguono nella narrazione parecchi schemi fissi, su questo penso non ci siano dubbi. In ogni manga romantico che si rispetti, per esempio, c’è sempre l’episodio delle terme. Lo intendo davvero, se non c’è l’episodio delle terme il manga romantico non è degno di rispetto. 

Ma quanto è accettabile il ripetersi degli stessi personaggi e situazioni, e quanto invece diventa prevedibile dopo un po’? E ancora: se diventano prevedibili, questo è un male, è un difetto, oppure possiamo percepirlo come qualcosa d’altro? Oggi parliamo di archetipi e stereotipi, e lo facciamo dopo la sigla. 

Gli archetipi secondo Jung

Ascolto molto spesso un podcast di filosofia chiamato Daily Cogito di Rick Dufer, perché la filosofia mi ha sempre fatto cagare quando la studiavo al liceo e oggi mi sento in vena di darle una nuova possibilità. E si dà il caso che i podcast di Daily Cogito siano divulgativi e parecchio illuminanti, di sicuro meglio delle lezioni di quell’invasata della mia prof di filosofia, che non si capiva una fava di quello che diceva, e mi aprono delle visioni che, guarda caso, hanno molto a che fare con quello che faccio, cioè il narratore. Secondo me, sotto sotto, tutti i filosofi sono degli storyteller, vogliono raccontare (o raccontarsi) una storia. E le storie che si raccontano devo dire che son proprio interessanti, tant’è vero che oggi parliamo di qualcosa che riguarda il manga e lo storytelling in generale, ma che allo stesso tempo è stato teorizzato e definito per la prima volta da un filosofo: Carl Gustav Jung. Ad un certo punto del suo pensiero, Jung conia il termine “archetipo”. Lui l’ha fatto per l’esigenza di descrivere delle parti di noi stessi, della nostra psiche, ma ci ha fatto un grosso favore, visto che di archetipi oggi ne parliamo un giorno sì e un giorno no in ambiti che hanno a che fare con il self-awareness, il marketing o appunto lo storytelling. Vediamo un po’ la sua definizione: L'archetipo è una figura che esprime un modello elementare di comportamento, che deriva dall'esperienza umana in tutti i tempi della storia. Secondo Jung gli archetipi sono strutture psicologiche che vengono ereditate e quindi l’individuo non viene al mondo “vuoto” come una tabula rasa, ma dentro di lui ci sono già le esperienze dell‘intera umanità, depositate nelle sedi più profonde della sua psiche. Il concetto di archetipo è strettamente connesso ad un altro concetto junghiano, quell'inconscio collettivo. Ne abbiamo già un po’ parlato quando vi ho introdotto il lavoro di Joseph Campbell, che ha analizzato tutti i miti delle civiltà antiche giungendo ad una conclusione: esiste un MONOMITO, una struttura che lega tutte queste civiltà e i loro miti, in particolare quelli sull’origine del cosmo, percepito e raccontato da culture con apparente nessun contatto fra di loro con storie simili, ma soprattutto con le stesse figure chiave: gli archetipi, appunto. C’è quindi una sorta di inconscio collettivo, che anche se non ho studiato a fondo Jung posso capire si tratti di una specie di contenitore psichico comune a tutti gli uomini, in cui si riversa tutta l’esperienza accumulata dell’uomo e da cui si manifesta qualcosa che adesso ci sembra innato ed istintivo. Qualcosa che precede l’uomo. È già dentro di lui.  E gli archetipi sono quelle figure, e sono piuttosto facili da identificare, che rappresentano ciascuna un comportamento primario dell’uomo. ve li elenco, anche se non andremo ad analizzarli uno per uno:
- L’Innocente 
- L’Orfano 
- Il Guerriero 
- L’Angelo Custode 
- L’Amante 
- Il Cercatore 
- Il Distruttore 
- Il Creatore 
- Il Sovrano 
- Il Mago 
- Il Saggio
- Il Folle

Dunque, un esempio di archetipo junghiano è, per esempio, il ribelle. 

Il ribelle e il sovrano? Un esempio manga

Il Ribelle cerca attivamente di strappare il libro delle regole e smantellare i paradigmi esistenti, ma con un obiettivo ben preciso: ribaltare ciò che non funziona. Il ribelle rischia tutto per creare qualcosa di unico e stimolante, una nuova visione del mondo. Il ribelle se ne frega del pensare comune, e viene pure chiamato fuorilegge, perché agisce al di fuori della comune convenzione di legalità. 

Se pensiamo ai nostri manga preferiti, il ribelle è una figura che possiamo facilmente identificare, e con parecchia precisione, pure! Vi viene in mente nessuno che vuole un mondo migliore e per fare questo è disposto a tutto, persino ad operare al di fuori della legge o della moralità, e ad usare per esempio un quaderno in cui se ci scrivi sopra il nome di qualcuno, quel qualcuno muore?  Death note è solo un esempio, il primo che mi sia venuto in mente, in cui il protagonista ricalca quasi esclusivamente un archetipo: il ribelle, appunto. Ho detto “quasi” perché in realtà i personaggi migliori e soprattutto i protagonisti manga sono dei mix di archetipi diversi, per esempio parte di light yagami è anche il sovrano, un altro archetipo. Quante volte light dice di voler diventare il DIO del nuovo mondo? Il sovrano come archetipo è colui che promuove l’ordine e la pace, che si assume la responsabilità del suo regno, e i suoi comportamenti se portati all’estremo possono sfociare nella tirannia, nell’intolleranza (nel suo caso non tollera il male e chi lo perpetra) e nella manipolazione (infatti manipola senza scrupoli tutti quanti pur di raggiungere la visione del suo regno.) in pratica light è un sovrano ribelle andato ammale. Beh, come vedete già possiamo intuire la potenza degli archetipi quando leggiamo un manga. Perchè dal momento che ricalcano uno dei nostri comportamenti primari, ci interfacciamo molto bene con essi. Se quel protagonista è un archetipo, allora ricalca nel bene e nel male i comportamenti ricorenti che possiamo riscontrare in tutta l’umanità. Non solo, rappresentano molto bene anche i nostri modi di pensare e ci dicono che non è vero che siamo il nostro DNA, non è vero che siamo un insieme di geni che ci determinano, così come non è nemmeno del tutto vero che siamo le nostre esperienze, quindi quello che viviamo condiziona in maniera unilaterale ciò che siamo. C’è qualcosa d’altro, qualcosa di profondo, che è radicato in noi perché è stato vissuto dall’intera umanità prima di noi ed è diventato parte della struttura dell’essere umano e della comunità sociale in cui è inserito. È fantastico che questa parte così profonda e quasi magica venga fuori in maniera così potente proprio nelle storie, no? Persino Jung ha identificato questa cosa: le storie sono uno specchio di questo inconscio collettivo, che attenzione! ha lo scopo ultimo di ELEVARE l’essere umano. Perché a che cosa servono gli archetipi e le storie se non a spingerci oltre nello scoprire chi siamo? E magari a migliorarci? 

La sottile linea fra archetipo e stereotipo: i -dere

Ma laddove c’è una cosa positiva c’è anche la controparte negativa, dove c’è la luce c’è pure l’ombra. E quindi la potente immedesimazione che ci dà l’archetipo, e anche la possibilità di capirlo al volo, essendo così ricorrente viene poi bilanciata da un’altro aspetto, quello della possibile banalità. Quando prendiamo questi archetipi e li usiamo così come sono, nelle loro forme primordiali e “pure” (e li abbiamo usati così come sono in miriadi di fiabe e favole, per esempio, così i bambini potevano capire subito ed in maniera immediata determinati concetti e insegnamenti, anche, e in centinaia di miti diversi, così gli adulti potevano screscere ed imparare, ancor prima che nelle storie moderne e nei manga), il pubblico li riconoscerà sempre più frequentemente, perché quando vedi un ribelle una volta, poi lo vedi un’altra e poi un’altra ancora, ad un certo punto se non sei completamente distratto in culo ti accorgi della sua presenza, in fondo è sempre stato presente nel tuo inconscio, e quindi alla fine lo riconosci a prima vista. E la conseguenza di una cosa quando viene ripetuta troppe volte è che può spaccarti i maroni.
Può in qualche modo rendere noioso qualcosa (le storie) che invece dovrebbe in qualche modo intrattenerti, e non smetterò mai di ripeterlo, la noia è il principale ed unico nemico del narratore. Guardatevi dalla noia! Quindi: se utilizzati sempre nella stessa maniera, gli archetipi possono creare abitudine e noia in chi legge un manga. O prevedibilità.

Cioè, se vediamo una tsundere, per prendere una figura classica che è diventata un archetipo nella narrazione manga, sappiamo già come agirà, sappiamo già quali sono le sue caratteristiche, sappiamo già un sacco di cose su di lei. “Che palle, le persone tsundere! Sì, fanno tanto le scontrose ma alla fine so che sono dolcine e coccolose dentro! So già tutto, lo so!” Signore e signori, introduciamo il concetto di stereotipo.
Che notate bene, è molto diverso dall’archetipo. Lo stereotipo è, in psicologia, qualsiasi opinione rigidamente precostituita e generalizzata, cioè non acquisita sulla base di un'esperienza diretta e che prescinde dalla valutazione dei singoli casi, su persone o gruppi sociali. Sinonimi di stereotipo sono abusato, conformistico, convenzionale, impersonale, trito e ritrito, ecc. Quale è la differenza quindi fra stereotipo e archetipo? Perchè dalla definizione lo vediamo: sono entrambi cose ricorrenti. Entrambi.
Lo stereotipo è convenzionale, abusato, ma anche l’archetipo non fa eccezione! Quante volte abbiamo visto la figura del ribelle o del sovrano, per citare i due che ho appena descritto, nelle storie di tutte le generazioni, manga e non? Innumerevoli. Sul serio, non si possono contare! Ne abbiamo davvero abusato. Quindi?  

Quindi in realtà tutti gli archetipi hanno il rischio di diventare stereotipi. La sottile linea che separa gli archetipi dagli sterotipi ancora una volta dipende dall’esperienza di ciascuno e dalla sua PREDISPOSIZIONE ad accettare alcuni archetipi piuttosto che altri. Dipende dall’esperienza perchè se è la prima volta che vediamo un personaggio tsundere, la nostra poca esperienza personale ci dice che è un personaggio interessante, perchè lo è. Un personaggio all’apparenza scontroso, che si pone nei confronti del prossimo sempre con “l’attacco è la miglior difesa”, con un’armatura addosso di aggressività e un’espressione imbronciata in faccia, ma che in realtà nasconde dietro quell’aura repulsiva un’anima in cerca di affetto, che quando si apre fa scorgere quanta dolcezza in realtà dimore nel cuore di quella persona... beh, è un personaggio interessante.
È interessante perchè sebbene possiamo avere poca esperienza nella lettura manga, la nostra esperienza di vita ci dice che queste persone esistono davvero, ancora una volta quei comportamenti che vediamo sono comportamenti dell’essere umano, rappresentano noi. Io amo le tsundere proprio perchè ho incontrato persone così nella mia vita fin da quando ero bambino, e quelle persone sono interessanti, sono non banali, intriganti. Nel momento in cui riesci a fare breccia in quella falsa corazza e riesci a raggiungere il loro cuore la soddisfazione è enorme. Finalmente hai conquistato la fiducia di una persona la cui fiducia è davvero difficile da conquistare, che mette davanti a sè un’armata di difese perchè ha paura di essere ferita.
Nel momento in cui riesco a capire questo, nel momento in cui riesco a dimostrarmi degno della tua fiducia e ti apri a me, o persona tsundere, io sono felice. Pensate anche voi se non avete mai incontrato una persona così, oppure se non lo siete voi stessi una persona così. In entrambi i casi vedere questi comportamenti rappresentati in una storia, vedere un personaggio che incarna quello che provate sia da una parte (la persona che scopre la tsundere) sia dall’altra (la persona tsundere) provoca serenità, gioia, e quindi ci collega subito emotivamente a quello che succede nelle pagine che stiamo leggendo.

Quindi nel caso la mia poca esperienza di lettura nel manga non la identifichi come una figura ab-usata, cioè usata troppo, la sensazione che mi dà è una sensazione positiva, di riconoscimento.  Quindi un po’ è la nostra esperienza di vita, ma c’è anche un’altra cosa che ci fa apprezzare queste figure. Quanto siamo predisposti a riconoscerle come figure archetipali, cioè quanto siamo disposti a non condannarle subito come elemento di finzione, come un personaggio che va beh in realtà non esiste, viene utilizzato solo per provocare una situazione emotiva o fisica all’interno della storia che sto leggendo. E siamo predisposti a farlo solo quando riconosciamo il valore di quella figura per la nostra vita. in due parole? Quando ci piace.
Attenzione! Ricordate perche ci piacciono i manga?? Perche soddisfano uno dei nostri bisogni primari.  

Mi spiego e per farlo prendo un altra delle –dere, i byoukidere, personaggi amorevoli e positivi ma segnati da una malattia che ne limita gli spostamenti e le attività fisiche, che nonostante la loro fragilità si sforzano in favore dell’intimità verso le persone a cui si legano. Anche questo personaggio è super utilizzato all’interno di manga e anime, a partire da julian ross malato di cuore di holly e benji. Lo chiamo così perchè chiamarlo Misughi Jun da captain tsubasa mi pare parecchio strano. OK Boomer. 
Beh, la figura di julian ross, calciatore super tecnico sempre positivo nei confronti della vita, con un cuore ballerino ma intenzionato a vincere a costo di forzarlo un po’, quel cuore, nella correttezza estrema della sfida contro holly, può sembrare una figura abusata, patetica nel senso che è pensata per suscitare una reazione di amore nei suoi confronti, e potremmo liquidarla mettendoci una pietra sopra con scritto “banale”.
Ma in base alla nostra predisposizione e ai nostri bisogni psicologici, potremmo benissimo affezionarci di brutto ad un personaggio così, non solo perchè magari esistono persone così nella nostra esperienza di tutti i giorni. Anche se non ne avessimo mai incontrati, suscitano in noi emozioni e reazioni in generale che ci appagano. Per come siamo fatti noi! Io, per esempio, ho l’animo della crocerossina, mi metti davanti un personaggio byoukidere e sono lì, mi sto già allacciando il camice bianco, mi sto mettendo lo stetoscopio nelle orecchie, sto preparando l’iniezione. Sono pronto ad agire, oppure sto lì a fare il tifo per il personaggio principale, che agirà per me all’interno della storia per far sì che il byoukidere stia subito meglio. Ora, subito. Mi metto già al suo servizio. Anche se magari dopo mi dirà che non ne ha bisogno, ma il mio spirito di crocerossina sarà sempre lì a volergli bene! Un personaggio di questo genere, non importa quante volte lo incrocio, avrà sempre un effetto su di me, per come sono fatto! Ed ecco quindi che quello che ad alcuni può sembrare uno stereotipo diventa per me un po’ archetipo, se la mia psiche lo desidera. Ecco perchè ci sono così tanti personaggi –dere nella fiction giapponese! Ed ecco perchè esistono generi, come quello romantico, che cavalcano questa miriade di archetipi perchè fra tutti, ciascuno di noi può trovare il suo personale, quello che fa breccia a livello psicologico, e che aspettavamo fin dall’inizio. in pratica di nuovo, il manga soddisfa in questo modo le nostre aspettative, fornendoci un ventaglio di archetipi così vasto che se anche molti li troveremo banali e li classificheremo come stereotipi, ci sarà di sicuro quello che fa per noi. Il genere romantico è un genere che regala sicurezza, in questo senso: ci regala archetipi validi sempre, che abbiamo già visto e sperimentato nella vita o che riconosciamo come vissuti, in qualsiasi cultura e in qualsiasi parte del mondo, proprio perchè appartengono all’umanità intera. 

Significato degli archetipi nella cultura giapponese

 E qui premettiamo una cosa: i giapponesi sono dei cultori della categorizzazione. Per quello esistono miriadi di personaggi –dere, e sono così ben definiti e precisi! Cioè, ok il ribelle e il sovrano, sono parecchio generici e possono adattarsi a diversi personaggi, ma la categorizzazione estrema con cui i personaggi manga vengono schedati è assurda! Pensate che c’è anche una categorizzazione a seconda del gruppo sanguigno, cioè in base al gruppo sanguigno esiste questa convinzione da parte dei giapponesi che ci siano diversi comportamenti base. Roba un po’ da pazzerelli, come il segno zodiacale, ma all’ennesima potenza. C'è pure stata della vera e propria discriminazione a riguardo perchè i datori di lavoro pretendevano di sapere il gruppo sanguigno e discriminavano i possessori come non adatti al lavoro proposto a causa delle presunte caratteristiche di comportamento in base a quello. Ma come mai nella cultura giappa c’è questo bisogno di categorizzare tutto in maniera così ossessiva? Proviamo a spiegare perchè. In una cultura e un linguaggio dove l’ambiguità è all’ordine del giorno, perchè le stesse parole pronunciate uguali possono avere per esempio significati molto diversi, i giapponesi si trovano per lo più spaesati nelle relazioni interpersonali. Non dicono mai quello che pensano davvero, non rispondono mai di “no” ad una richiesta diretta. Sarebbe considerato rude! Preferiscono dire di sì e poi trovare una scusa e dileguarsi in un secondo tempo. Non sanno come relazionarsi via mail, per esempio quando sono costretti ad aver a che fare con le case editrici italiane per la compravendita di licenze, le cose possono andare molto per le lunghe, possono nascere fraintendimenti, si rischia di sprecare tempo e sforzi da entrambe le parti. Inutilmente. Solo perchè hanno paura dell’ambiguità della parola e del dialogo. Il dialogo può trarre in inganno. Hanno bisogno di paletti precisi prima ancora di parlare con le persone, si devono affidare ad altro che non sia il dialogo.  Non è un caso se la cultura giapponese abbia trovato la sua massima espressività nel manga. Avete contato quante parole ci sono in un manga? Non sono minimamente paragonabili ad una graphic novel americana, ma nemmeno all’equivalente mainstream, quindi un fumetto di supereroi. Sono molte, molte meno. Un mio amico e collega da tanto tempo non sa appassionarsi ai manga proprio perchè una sua esigenza è quella di avere dei dialoghi e dei testi LETTERARI, ricercati, mentre per esempio all’interno del vocabolario utilizzato nel manga, i termini e i testi scritti hanno di solito un linguaggio semplice e privo di abbellimenti letterari, ricercatezze considerate inutili e fuorvianti. E ci credo, è già difficile capire il vero significato di quello che viene detto così, con tutte le possibilità di fraintendimenti, figurarsi ad usare un linguaggio forbito, desueto o salcazzo. Quindi che si fa? Ci si affida ad altro. La categorizzazione in tutti i sistemi è una forma di semplificazione del caos, dare ordine dove in effetti non c’è, ovvero nei rapporti interpersonali. Come? Dando dei nomi a comportamenti considerati ricorrenti. Soprattutto nella società giapponese. 

 Mi fanno morire i kekkondere. Sono personaggi che desiderano sposarsi appena capiscono di essere innamorati. Credono nell’amore e nel destino, e quindi propongono di sposarsi ad ogni occasione e anche se vengono rifiutati. Fanno molto ridere, personaggi come zenitsu di demon slayer sono nati con quella funzione, appena vedono l’essere amato bam partono per la tangente. E io rido, perchè sono personaggi nati con uno scopo comico, ma è davvero tutto ciò che c’è? Se poi mi fermo a pensare, e allargo un attimino la situazione comportamentale di un personaggio kekkondere, mi dico: ma non è mica capitato anche a me di pensare che ogni ragazza di cui mi innamoravo avrebbe potuto essere l’ultima? E che cos’è questo atteggiamento un po’ ingenuo ma inevitabile se non l’esatta trasposizione in chiave meno comica e più psicologica di un kekkondere? Cazzo, ero un kekkondere e mica me ne ero mai accorto! Ma al di là di questa possibile universalità, considerato il significato del matrimonio nella società giapponese, come elemento necessario alla fondazione di una società molto ordinata in superficie, ma molto contradditoria oltre la facciata, dove ci possono essere indifferenza e vera e propria mancanza d’amore, non metto in dubbio che l’atteggiamento del kekkondere possa essere, per le ragioni più disparate, un archetipo ricorrente nella società giapponese! Qualcosa che davvero rappresenta un comportamento ricorrente! All'improvviso, la figura che prima mi faceva ridere, non mi pare più così comica. Assume una profondità che prima non pensavo potesse avere, una profondità archetipale. Da questo esempio, capiamo che figure che noi consideriamo magari stereotipate, perchè rappresentanti un comportamento troppo preciso e riconoscibile, che fra l’altro da noi non è facilmente riscontrabile nella nostra società, non sono altro che il tentativo di mettere ordine alle persone e alla loro complessità. Una sorta di catalogo facilmente consultabile per riconoscere le persone, per magari identificarci con quelle persone, per dire, toh guarda, potrei essere un kekkondere! Nella società giapponese provata dall’incomunicabilità e dal nascondere i propri sentimenti e pensieri ai fini di contegno e rispettabilità, avere una sorta di vademecum, un bigino, un dizionarietto che li conduca nel labirinto frustrante dei rapporti umani è qualcosa che può essere utile. Forse questa incomunicabilità comincia a essere una sensazione forte percepita anche dalla cultura occidentale, e forse è proprio questo un altro motivo per cui i manga ci stanno piacendo così tanto... La tendenza alla categorizzazione e al tecnicismo non è mica solo visibile nell’ambito degli archetipi, cioè di questi comportamenti che sono diventati parte ormai dell’inconscio collettivo giapponese e stanno diventando come dicevo anche parte del nostro. Per esempio, dal punto di vista autoriale, nella costruzione di una pagina manga, i giapponesi sono arrivati a teorizzare esattamente il numero di passaggi narrativi che deve essere presente all’interno di quella singola pagina. Cioè capite? Quando ho scoperto questa cosa, il mondo di narrazione casuale che mi era stato insegnato a scuola di fumetto, che era basato molto sull’istintualità dell’essere uno storyteller (“mettici quello che vuoi, all’interno di una tavola, deve avere un bel ritmo, portare avanti la storia, poi fai un po’ d’istinto, non è che posso insegnarti a raccontare, deve venirti naturale!”) ecco questo mondo un po’ casuale in cui se avevo delle domande non avevo delle risposte è stato ribaltato. Il manga ti dice esattamente quante cose ci devono essere all’interno di una singola tavola, ti dice quali sono gli elementi imprescindibili e se ne manca uno si sente, il ritmo viene meno, mancano cose. E mi sono accorto da insegnante di poter fare meglio due cose: primo di poter condurre meglio gli studenti a capire cosa va inserito in una tavola e cosa no. Secondo di riuscire molto meglio a capire cosa non va in una tavola, il perchè mi sta spallando, perchè non funziona.  

Breve inciso sulle tavole manga e la categorizzazione

Quindi ecco, la categorizzazione, la strutturazione di cose apparentemente instrutturabili come la creatività o i rapporti umani, è un’arma che i giapponesi hanno fatto propria, nel bene e nel male. E credetemi: la quantità di personaggi –dere presente nel manga è imbarazzante, e a noi potrebbe sembrare anche un po’ inutile, un po’ perchè siamo leggermente più sgamati nella comunicazione verbale e ci facciamo molti meno problemi, culturalmente, a sembrare imbecilli. Non è un grosso problema far la figura dei cretini per noi, o dei maleducati. L'altro giorno mentre andavo in monopattino una signora che passava in bici in contromano sulla mia stessa pista ciclabile mi ha detto mentre mi passava vicino “avete rotto i coglioni con sti cosi”. Si è forse sentita imbarazzata quell’amabile signora, per avermi insultato senza alcuna ragione? No. Anzi. Quindi non è un grosso problema per noi se passiamo per maleducati e pure un po’ stronzi. E quindi ci sembra esagerata una categorizzazione così precisa di comportamenti legati a personaggi archetipali. Anche perchè vi svelo una cosa: la maggior parte dei -dere può essere categorizzata in quattro categorie e nel mix di tutte queste categorie. Volete sapere quali sono? 

I quattro archetipi di Moore e Gillette

Sono archetipi che vengono dalla categorizzazione di Robert Moore e Douglas Gillette, psicologo e mitologo, che hanno scritto un libro negli anni 90 dedicato agli archetipi relativi allo sviluppo della personalità maschile.
Ovviamente diversi studi hanno poi raggiunto la conclusione che le stesse identiche cose valgono per la personalità femminile, trattandosi di archetipi, ovvero comportamenti del genere umano tutto.
Gli archetipi in questione sono: Guerriero, amante, mago e re. Il Guerriero: Coraggio, disciplina, distacco emotivo, resistenza alle avversità, forza mentale e fisica: queste sono le caratteristiche chiave dell’archetipo del Guerriero. L’Amante: L’amore per il bello, la gratitudine, l’apprezzamento per i piaceri della vita: sono i tratti salienti dell’archetipo dell’Amante. Un’altra caratteristica fondamentale dell’amante è la capacità di relazionarsi con gli altri, di dare conforto e trasmettere positività. Il Mago: Saggezza, intuizione, conoscenza, capacità di apprendimento: l’archetipo del Mago rappresenta la classica figura mitologica del saggio. Ma il mago non è soltanto un vecchio con la barba e anni di esperienza alle spalle, il mago è anche colui che è in grado di creare il proprio destino, forgiandolo a proprio piacere. (Yoichi, blue lock) Il Re: autorevolezza, capacità di ispirare, carisma, leadership: l’archetipo del Re (o della Regina) è un archetipo inclusivo, nel senso che racchiude in sé e sintetizza le caratteristiche chiave degli altri archetipi oltre ad aggiungerne di proprie, come la capacità di guidare ed ispirare gli altri. 

Se pensiamo ai nostri personaggi preferiti, possiamo fare un gioco: prendiamo questi 4 archetipi e facciamo le percentuali di quel personaggi: cioè quanto è guerriero quel personaggio? Sì, ne presenta molti tratti, però c’è anche un po’ di amante in lui! Ed ecco comparire un byoukidere, il tizio malato di prima! Ha coraggio nell’affrontare la propria malattia ed è resistente alle avversità, ha sviluppato una forza mentale e psichica non indifferente. Ma allo stesso tempo è grato per quello che ha, anche se è poco.
Ha la capacità di relazionarsi con gli altri e di trasmettere loro positività. Direi che il byoukidere potrebbe essere anche un pochino mago, perchè le avversità gli hanno regalato un po’ di saggezza. Quindi potrebbe essere al 50% guerriero, al 40% amante e al 10% saggio.
E via così per tutti i –dere dell’universo giappo.

La verità è che questi 4 archetipi che possono sembrare generalisti portano a seconda della percentuale del singolo archetipo a tutti gli arcehtipi più complessi giapponesi. E forse questo mix in percentuali è più vario e meno sterotipato di un –dere qualsiasi. Perchè basta spostare un attimo la lancetta delle percentuali per creare un personaggio leggermente diverso dal solito stereotipo. Purtroppo infatti, se una caratteristica della cultura dell’intrattenimento giapponese è quella della categorizzazione che può in effetti semplificare molte cose, un’altra è quella della rigidità con cui considerano questi schemi. È così, ha funzionato sempre, non possiamo cambiarla. È il motivo per cui quando vediamo una tsundere diciamo: ancora?? Perchè hanno definito una figura per loro archetipale nei minimi particolari, grazie a studi e anni di pubblicazioni di opere di intrattenimento, e adesso col cazzo che si cambia. È così, punto. Insomma, non lo percepisci che è così? Beh, noi non tanto, perchè percepiamo il mondo in un modo un po’ diverso dal loro. Quei comportamenti non sono radicati nella nostra cultura, non sono impressi nel marmo di una coscienza collettiva di gruppo. Per noi quelle figure non sono così imprescindibili e possono essere cambiate lasciando intatta la loro funzione di archetipi ovvero che ci ricordano comportamenti ricorrenti, ma dando loro un poco più di umanità. Si tratta di evitare la convenzione che porta allo stereotipo, cioè di renderli meno uguali l’uno all’altro, variando di poco i loro tratti distintivi, spostando un attimo la loro lancetta degli archetipi base. 

Yoichi e l'archetipo puro

Detto questo, occhio perchè gli archetipi base faranno sempre breccia nel nostro animo, nella nostra psiche. Facciamo un ultimo esempio: yoichi isaghi è il protagonista di blue lock, manga sul calcio che ha fatto breccia nel cuore di molti lettori, me compreso. E lui è un mago al 100%.  Definizione: Saggezza, intuizione, conoscenza, capacità di apprendimento- ce li ha? Certo che ce li ha: la sua caratteristica principale, che lo rende unico, è quella di poter percepire lo spazio del campo da gioco e i movimenti degli altri giocatori, come la definireste se non saggezza? In più non è innata e istintiva come negli altri, veloce, forte, ecc, ma è una caratteristica che deve capire, comprendere, deve conoscere, anche grazie all’intuizione e la capacità di apprendimento, che è superiore a quella degli altri. Questo lo porta a spingersi in avanti e ad essere il protagonista. Il mago non è un vecchio con la barba, il mago è colui che è in grado di creare il proprio destino, forgiandolo a proprio piacere. Ed è proprio quello che sta facendo yoichi all’interno del blue lock, ed è quello che ci gasa infoiandoci: si parte dal basso per una storia di successo, come tutti gli spokon. E volete sapere la cosa migliore? Io sono sempre stato una sega a calcio, ma veramente, non ero capace e non avevo il minimo interesse nello sport, ma quando giocavo nella squadretta di amici al torneo dell’oratorio, mi chiamavano il bomber. Perchè semplicemente non sapevo scartare, non sapevo niente di tecnica, ma avevo un minimo di intelligenza per mettermi nel posto giusto ed aspettare il momento giusto. Capite? È proprio la stessa cosa che fa yoichi, legge il campo da gioco e trova la breccia e poi colpisce la palla al volo spedendola in rete. Proprio come facevo io, la sega suprema del calcio! In mezzo a tutti i tecnicismi di blue lock, mecessari per uno spokon, quel genio dello sceneggiatore, muneyuki kaneshiro, riesce ad elevare una tecnica del cazzo come questa, la tecnica dei brocchi, rendendo ME, proprio me, il protagonista di quella saga calcistica che forse altrimenti mi sarebbe piaciuta ben poco. Vedete come un archetipo puro, usato al momento giusto, può essere la chiave vincente di un manga?   

Conclusione

Concludo la supposta di oggi con un appello: non categorizziamo mai come stereotipo una figura ricorrente nel manga. Non diciamo “eccheppalle, ha rotto il cazzo!” Ancora una volta, il fatto che troviamo noiosa una figura che abbiamo visto più volte, non vuol dire che quella figura non sia in effetti un archetipo che funziona molto bene per altre persone. Io posso odiare il personaggio archetipale dell’eroe, che rappresenta un percorso di crescita individuale composto da più tappe, che evolve e diventa sempre più forte per superare gli ostacoli, ma semplicemente perchè in questo preciso momento della mia vita non ne ho bisogno. Arriverà un momento in cui il classico protagonista shonen tipo gachiakuta mi piacerà di nuovo? Questo non lo so, ma non lo escludo a priori.  perchè sono consapevole della potenza degli archetipi, che è una cosa che trascende me, appartiene a tutta l’umanità, è un motivo di speranza e di crescita spirituale di tutti. Sentiamoci in dovere di non sputare nel piatto degli archetipi, ma di venerarli piuttosto, perchè hanno qualcosa di eterno, e di divino, e perchè questa tipologia di figure, soprattutto nella loro forma ancestrale e semplificata, sarà sempre lì, ad aiutarci a crescere e sostenerci nei nostri momenti di bisogno.