Di recente, durante le fiere, si vedono cose che sembrano un po’ dell’altro mondo. Fuori dagli stand di lucca comics si vedono tende, durante la notte, all’interno delle quali dormono “i collezionisti”. Coloro i quali vogliono assolutamente possedere lo shikishi di urasawa o di mashima e che sono disposti a passare una notte all’addiaccio per conquistarselo. O passare il 70% o più dell’intero periodo di fiera in coda presso uno stand piuttosto che l’altro, per accaparrarsi la variant esclusiva di quell’evento. Ma quello che per molti risulta un comportamento delirante è invece la prassi del collezionista. È la base. Ci deve essere. Se non lo fai, come puoi definirti tale?

Tenetevi forte, perché oggi analizziamo il “sistema degli oggetti”. Nel nostro caso, degli oggetti legati al manga. Rilassate le chiappe, perché parte la sigla.

Stiamo per affrontare un problema spinoso che potrà portare a conseguenze dure per tutti noi. Non è facile parlare di collezionismo e collezionisti del mondo del manga. Primo, perché il collezionismo estremo che si è manifestato negli ultimi anni, che è il frutto evidente anche della pandemia covid, poi lo vedremo nel dettaglio, è qualcosa che non mi appartiene e che tendo a giudicare secondo le mie idee, e questo non va bene. Io non colleziono manga per averli in libreria e bearmene, ma perché mi servono per lavoro e perché la loro lettura soddisfa alcuni dei bisogni primari che so di avere. Non mi interessa se le edizioni sono perfette e immacolate e non mi interessa avere shikishi o disegni originali degli autori. E secondo: non è facile parlare di collezionisti perché il fenomeno è complesso, riguarda la nostra società e la nostra cultura, e non voglio emettere appunto giudizi affrettati non capendo bene la situazione e il fenomeno a livello antropologico e sociologico. Quindi mi faccio aiutare, come sempre, da chi ne sa più di me e ha pensato sull’argomento molto più di tutti noi. Il libro che userò per questa supposta non ce l’ho fisicamente, perché costa un vargaio, ma l’ho comprato in versione kindle. Vi metto il link in descrizione. Il titolo è “il sistema degli oggetti” di jean baudrillard. Raga… NON posso consigliarvi di prenderlo, perché lo stile di scrittura e i contenuti sono molto complessi dal punto di vista filosofico e l’autore usa un lessico un po’ criptico (non si capisce un cazzo) e per una buona parte della lettura mi son chiesto se fare il reso o meno. Ma poi ad un certo punto, baudrillard va a prendere proprio i fenomeni che stiamo vivendo in questi tempi e va a darne una lucida e spietata interpretazione. Andiamo a leggere degli illuminanti stralci del libro e proviamo a collegarli alla situazione specifica del manga che stiamo vivendo in questi ultimi anni.

Più che stralci questi sono sottolineature del testo, ho cercato di farvi un discorso continuo evitando dei pezzi troppo tecnici e che andavano un po’ in condraddizione con il senso di queste supposte, che è andare a fondo, sì, ma con un linguaggio più semplice e divulgativo possibile.

PRIMO STRALCIO

Quindi. Iniziamo a parlare di oggetti. Nel nostro mondo ci circondiamo di oggetti, è innegabile. Cioè, le nostre case sono piene di roba, tutti beni che ci fanno stare benissimo, ma che in realtà NON SERVONO A UNA BEATA MAZZA. Non sono strumenti come il frigo, o il forno o l’aspirapolvere, ma sono oggetti che non servono a nulla eppure ci rendono felici. Sono soprammobili. Perché ci rendono così felici se in realtà la loro funzione è zero?? Perché li amiamo nonostante la loro palese inutilità? Perché sono NOSTRI. Ah, la figata della proprietà privata! Eh? Quanta soddisfazione a pensare che quell’oggetto esposto sulla mia libreria, esposto nelle mie vetrinette ikea, è mio. Il mio tesssoorro. E li amiamo con tutti noi stessi, quegli oggetti! Sono i nostri “splendidi oggetti”, anche se, molto spesso, splendidi non lo sono per niente!

Faccio un esempio banale legato al manga. Ora si fa tanto parlare degli shikishi, senza nemmeno sapere cosa sono gli shikishi. Bene, allora intanto chiediamo a chi ne sa più di noi? Ecco che cosa si intende quando si parla di shikishi in Giappone, detto da qualcuno che di giappone ne sa a pacchi. Caterina rocchi, direttrice e mio boss presso la lucca manga school.

AUDIO DI CATE

Ok. Quindi lo shikishi non è un doodle o disegno fatto su carta merda, foglio da fotocopia o stampa a caso! “Oh, mi son fatto fare uno shikishi da quel tipo di one piece!” Come succede spesso si va a storpiare il termine e considerare un oggetto quello che non è. Lo shikishi è il supporto, NON il disegno. Le stampe fatte su un cartoncino 180gr NON sono uno shikishi. Ma la generalizzazione e la semplificazione (in questo caso chiamare il contenuto del foglio come il supporto) è comunque tipica del collezionista, perché il possesso è l’unica cosa che conta. Il collezionista storpia nomi, è poco attento a tutto quello che sta attorno all’oggetto, perchè è solo e soltanto l’oggetto che conta. Non ha senso dare all’oggetto troppe specifiche, perché quello che conta è averlo. Non conta nemmeno che sia un oggetto bello da vedere, perché in effetti, gli shikishi sono tutti una merda, raga. Caterina ce lo dice chiaramente, non è possibile data la natura del supporto shikishi fare disegni troppo complessi o privi di errori, se si usa questo magico cartoncino dai bordi dorati, perchè la carta è estremamente fragile. Il risultato è che qualsiasi shikishi è una merda, esteticamente parlando, perché sono sketch fatti di fretta, spesso senza alcuna voglia da parte dell’autore, ma con l’ausilio del solo mestiere: cioè il mangaka fa delle prove a casa e disegna quella cosa 100 volte, in maniera tale da averne il completo controllo quando lo disegnerà sullo shikishi. Ed è per questo motivo che i soggetti disegnati sono spesso sempre gli stessi. I mangaka non sono superuomini che si ricordano a memoria tutti i personaggi che hanno disegnato nella loro vita, anche se a voi sembra abbiamo dei superpoteri, non è così! Quei doodle devono essere soggetti su cui l’autore ha il completo controllo, primo per evitare figure di merda, secondo perchè quei disegni fatti di fretta non meritano di essere pensati specificatamente persona per persona, sono disegni di massa fatti per un solo motivo: il fanservice. Cioè diamo al fan della serie un qualcosa a cui lui tiene. Emblematico l’evento successo alla games week 2024, appena passata: una ragazza giapponese, Ayumi (sì, è questo il suo nome, ayumi. Bastava chiederglielo, no? E magari ricordarselo) è venuta a milano da Tokyo per incontrare la sensei Hirao. Da tokyo. E per alcuni questo è stato un segno che era una vera “pro” delle file, uhh si è fatta un botto di km e sta li in fila insieme a noi, altri collezionisti come lei. Ma che state a dire? Gli altri in fila a malapena sapevano chi era la sensei hirao. Lei invece era una vera fan della maestra, e infatti non è che si è sparata TUTTE le cazzo di file di tutti i mangaka e gli animatori presenti li a milano, così, tanto per essere una “pro” delle file. Se n’è fatta UNA, quella della mangaka di cui poverina era appassionata. L'oggetto shikishi che si è conquistata l’avrà fatta felice perchè era amante del lavoro della sensei, dei suoi manga che avrà letto, a differenza di quelli nella fila, NON una fan degli shikishi in se. Per molti, il disegno della sensei hirao non è stato altro che uno fra tanti, l’ennesimo “splendido oggetto”. Ma il senso è: per Ayumi, il doodle fatto sullo shikishi aveva senso proprio perchè fatto dalla sensei, dei cui manga lei era appassionata e che l’hanno spinta a farsi tutti quei km per averlo e per conoscerla di persona. Quindi anche se non era il disegno più bello mai realizzato dalla sensei, poco importa. Fosse anche stato una merda, la connotazione estremamente personale che quel disegno aveva per lei l’ha reso speciale. Ed è questo il senso dello shikishi. Non un disegno fatto bene, ma un disegno anche brutto ma che valga qualcosa per chi lo ottiene. Lo strumento per eccellenza per realizzare firme e doodles è il pennarello, che non può essere cancellato, perchè tanto è inutile cancellare su uno shikishi, ce l’ha detto caterina. Una riga storta, un disegno al limite della demenzialità da quanto è semplice è la prassi per gli shikishi. Gli shikishi migliori possono essere invece quelli fatti su commissione, a cui il mangaka può dedicare tempo. Gli altri sono merda, rubano il tempo dei mangaka che invece vorrebbero dedicarsi ai loro manga, che quelli sì, che sono la cosa per cui stanno dando letteralmente la vita e son fatti da dio, mica quel doodle del cazzo che fanno in fiera su quegli “splendidi oggetti” che non sono nemmeno fatti sul supporto giusto ma chiamiamoli shikishi lo stesso, che cci frega. Tutti questi dettagli non hanno alcuna importanza per il collezionista. Non ha importanza che siano sul supporto giusto, non ha importanza che siano belli, non ha importanza che paragonati ad una quasiasi commissione fatta con il giusto tempo e la giusta voglia e PAGATA il giusto, facciano cagarissimo. Non ha importanza che per avere quel disegnino merda, che fa sentire male l’autore stesso quando lo fa, io collezionista abbia sopportato una fila interminabile di ore, attese, freddo, scazzi. Addirittura, non ha la minima importanza chi sia, il sensei che realizza quel disegnetto. Uno, l’altro, boh questa chi è? Mah, va bene lo stesso facciamocelo fare, un disegnetto del cazzo. Tutto questo non ha la minima importanza. Perché?

Baudrillard ci illumina di nuovo:

SECONDO STRALCIO

Ahhh, ecco dunque spiegato il perchè la qualità del singolo oggetto non ha la minima importanza. Perchè TUTTI gli oggetti, di qualsiasi qualità e identità, che sian disegnati da uno o dall’altro chissenefrega, hanno un senso se messi uno di fianco all’altro. Stiamo compiendo un progetto divino, per cui è necessaria ricerca, ordine, unione. È un complesso gioco di possesso, che ci dà una scarica simile a quella di un rapporto sessuale. Ovviamente è una scarica che non ha nulla a che fare con l’amore. E non ha nulla a che fare con la qualità dell’oggetto, perchè il nostro amore per lui dipende dal solo fatto che lo possediamo.

Molte volte mi sono chiesto il perchè di certi comportamenti dei collezionisti, che mostrano tutt’altro che amore e rispetto per le cose che stanno comprando o che stanno persino avendo gratis. Per esempio c’è questo paradosso: ai collezionisti di manga non frega niente di leggere i manga. Vi dò una testimonianza. Un collezionista, quando le variant di king of balls, il mio manga, sono state messe in prevendita sul sito mangasenpai, ne ha prese 6 copie. 6 copie identiche eh! Non stiamo parlando di numeri diversi o cosa. Non erano neppure numerate, così da garantire non so, un qualcosa di diverso l’una dall’altra. No, ha preso 6 copie identiche di KOB, mi pare fosse il numero 2 variant, silver o gold, che adesso trovate su ebay a prezzi piuttosto alti, si parla di 90€, 140€ per l’intera collezione, quando il prezzo del singolo volume comprato allora era di 7,90€. Quindi: questo collezionista ha preso 6 copie e quando si è rifatto sentire per nuovi preordini, il servizio clienti gli ha chiesto ingenuamente se gli fosse piaciuto il mio manga. La risposta è stata: “Ma chi l’ha mai letto? Quelle sono variant, non si aprono neanche!” Ok, ma... cazzo, ne hai prese 6 copie. Tienine pure una per collezione, vendine pure 4 a prezzo gonfiato. Ma una. Una sola. Perchè cazzo non te la apri, la sfogli, te la leggi, visto che è un fottuto manga?? Questa cosa, vista da un autore e vista da un appassionato di manga è una mancanza totale di rispetto, di amore verso il linguaggio fumetto, a cui io come migliaia di altri autori abbiamo dedicato la vita, innumerevoli messe in discussione e gioie e fallimenti.

Altro esempio: ad una fiera era presente l’animatore di una serie famosa tratta da un manga. L'animatore, NON l’autore, quindi un professionista che non ha nulla a che fare con la creazione di quei personaggi, di quelle storie. Ma tralasciamo il fatto che farsi fare un disegno da uno dei centinaia di animatori che hanno lavorato a quella e molte altre serie lasci il tempo che trovi. Insomma questo animatore faceva solo due o tre personaggi sugli shikishi (chiamiamoli erroneamente così per semplificare), sempre gli stessi. Un collezionista arrivato lì davanti chiede all’animatore di disegnargli un ALTRO PERSONAGGIO. E l’animatore lo accontenta. Perchè è giapponese, perchè non vuole scontentare quello che pensa essere un appassionato della serie, per un po’ di orgoglio personale, non si sa e non è dato sapere. Ma lo accontenta. Tradimentoooo!!! Un mio amico collezionista che era li nella stessa fila si lamenta con me, preso male, perchè quel collezionista più furbo di lui ha adesso uno shikishi più “esclusivo” del suo! Dal mio punto di vista di autore, prima di leggere il libro di baudrillard, questo comportamento, chiedere cose all’autore, era semplicemente il comportamento di una merdaccia. Qualcuno che non aveva il minimo rispetto per chi gli dà una o molte ragioni di essere felice. Qualcuno che non rispetta le migliaia di ore di lavoro che quel mangaka o quell’animatore ha messo nel suo mestiere per arrivare ad avere le skills necessarie per essere lì a fare doodles, paragonandole forse erroneamente alle pochezza delle sue 4, 5, 12 ore che ha fatto di coda. Ohi, collezionistiiii? Ancora una volta, non avete diritto a un cazzo di nulla. Succhiate vita dalle mammelle sempre piene dei creatori di entertainment, questo è tutto quello che fate. Quelle cose vi vengono date, per lo più gratis, da mangaka che lo fanno di lavoro, di darvi felicità. Ma mi sto facendo trasportare, perchè il mio status di autore mi ha portato spesso ad avere a che fare con richieste assurde in fiera e con gente che non ha rispetto, non ama, non apprezza. Fra l’altro l’idea stessa di dare shikishi gratis è un’aberrazione che non rispetta nessuno e che andrebbe cancellata. Ma questo è un altro discorso. E io ho un approccio da autore all’intera faccenda. Almeno lo avevo prima di leggere questo libro.

Il punto di baudrillard non è questo. Il punto è che il collezionista NON porta rispetto, soprattutto agli esseri umani. Porta rispetto SOLO ed esclusivamente alla sua collezione. Una serie di oggetti che gli danno felicità. Non è amore. I collezionisti NON amano la natura e la qualità di ciò che possiedono, figurarsi gli autori o chi quegli oggetti li ha creati! Loro amano semplicemente gli oggetti che possiedono, in quanto loro possesso e in quanto serie, ovvero: collezione.

Ora lo capisco. Prima mi risultava solo una mancanza di rispetto. Ora capisco che è invece una mancanza di amore. Perchè NON è NECESSARIO AMARE I MANGA PER FARNE UNA COLLEZIONE. Ma adesso si spiega anche un’altra cosa: come alcuni collezionisti possano diventare delle icone nel panorama del collezionismo di manga. Perchè il loro fanatismo li spinge per esempio a fare cose che non dovrebbero fare, se fossero leggermente più attenti ai rapporti umani, come chiedere agli autori (che non potrebbero farle) di fare delle dediche personalizzate. Non è neanche importante che il risultato della dedica sia più o meno sempre lo stesso, l’abbiamo detto, sia nella mente dell’autore che nel risultato estetico, ovvero una merda in ogni caso. È importante il fatto che il FANATISMO del collezionista lo abbia portato a fare cose che gli hanno garantito un oggetto PIU’ unico. Sotto quale aspetto, davvero non si sa. E questo fanatismo lo rende SUBLIME, soltanto ai suoi occhi, ovviamente, ma anche agli occhi di altri collezionisti. Il fanatismo. Ed ecco anche perchè Ayumi, con il suo venire dal giappone a milano per avere la possibilità di parlare con la sua mangaka preferita ha attirato l’attenzione di tutti i collezionisti li in fila insieme a lei. Eccolo, il fanatismo che rende sublime un collezionista: una persona che percorre metà mondo per avere un oggetto! Salvo che Ayumi manco lo sapeva, che poteva avere un oggetto, perchè quello che le interessava era soltanto vedere la sensei Hirao, parlarle, farsi fare un doodle. Ma in ogni caso lei viene all’istante sublimata, portata sul piedistallo del fanatismo estremo, un gesto imponente, da “pro” delle file. Il collezionista non è sublime grazie alla natura degli oggetti che colleziona (che variano a seconda dell’età, della professione, o della condizione sociale), ma grazie al suo fanatismo.

Sto dicendo cose scomode? Non preoccupatevi perchè ora baudrillard calca la mano. Sentite.

TERZO STRALCIO.

Baudrillard qui va a dare dei grossi coppini. Ci dice: investiamo negli oggetti perchè non sappiamo investire nei rapporti umani. Perchè i rapporti umani con la loro complessità e imprevedibilità ci sconvolgono e non ci danno quello che egoisticamente vogliamo, non ci rendono felici nella maniera più pura ed egocentrica. Invece gli oggetti sì, che ci danno soddisfazione. Possiamo ordinarli e rimangono lì, messi uno vicino all’altro secondo i nostri schemi mentali, seguendo la perfezione che fa sì che al numero 1 succeda il numero 2 e così via. Ci rappresentano appieno, sono uno specchio di noi stessi, e per questo sono esattamente come li desideriamo. Possiamo guardarli e bearci della loro sola presenza nella nostra vita, senza peraltro che loro guardino noi e ci giudichino, e se poi ci rifiutano? E se ci rendono infelici? Tutto quello che non siamo capaci di dare agli esseri umani,è meglio se lo diamo alla nostra collezione. Anzi, è diverso. Tutto ciò che gli altri esseri umani non sono in grado di darci, secondo il nostro punto di vista egocentrico, ce lo dà la nostra collezione. È una regressione all’infanzia, quando il bambino cataloga le cose per dar loro un senso, e quando la responsabilità di avere a che fare con altre persone ancora non pesa sulla sua vita. Gioca, il bambino, ordina il mondo, lo manipola per dargli un senso. Ed è interessante come questa passione per il collezionismo poi ritorni in età più avanzata, quando ti accorgi che ancora non l’hai trovato quel senso al mondo e questo ti sconvolge, ti fa sentire perso. Cacchio se non l’ho capito ora, il senso del mondo e degli esseri che mi circonda, va a finire che mi sa che non lo capisco più! Perchè ora che sono adulto la vita di tutti i giorni amplifica, con la sua responsabilità e le sue fatiche di interazione con la gente, quella sensazione di smarrimento e di essere fuori posto. Di non capire. E la collezione è una fuga, da quello che ci rende smarriti nel mondo, da quello che non riusciamo a capire e ordinare, una fuga egoistica, perchè non si sforza più di capire gli altri esseri umani, getta la spugna perchè non trova alcuna gioia in questo, molto meglio affidarci agli oggetti, più facile, meno impegnativo, molto più soddisfacente. Anche se la soddisfazione non è quella di amare davvero qualcosa, accettandone i pregi e i difetti, ma di possederla.

È anche interessante il fatto che la collezione GESTISCE i collezionisti, altrimenti lasciati nella nevrosi continua di non trovare nelle relazioni con altri esseri umani la gioia che sta cercando. Senza la collezione, il collezionista sarebbe infelice, la sua vita sbilanciata, le sue nevrosi esposte al mondo. In questo senso, la collezione bilancia il collezionista e gli dà una stabilità che altrimenti non avrebbe. Le sue nevrosi prenderebbero il sopravvento. E allora sarebbero cazzi, per lui e per il mondo che lo circonda.

Dice ancora Baudrillard:

QUARTO STRALCIO

Baudrillard dà un senso finale alla collezione. Ogni pezzo, non è altro che uno specchio di me stesso. Ogni singolo tankobon che possiedo, ogni singolo shikishi o disegnetto, non è altro che me ripetuto all’infinito, un me ideale, ordinato, perfetto, senza difetti, che proprio perchè non è mai messo in discussione dalla collezione che possiede, si può illudere di non avere difetti e di essere immacolato, complesso, infinito come la collezione che sta facendo. È un miracolo. Qualcosa che la gente non può capire, una sensazione di appagamento perfetto, che ahimè però tanto somiglia alla masturbazione, l’atto di provocarsi piacere senza conseguenze, senza relazioni, senza delusioni, senza doversi chiedere qualcosa riguardo ad altre entità che non siano: me stesso. È lì che il collezionista è incentrato, su se stesso. E sugli infiniti se stessi che vede nella sua libreria.

Baudrillard dice:

QUINTO STRALCIO

Qui giace il senso ultimo della collezione. Il collezionista è morto. Lo sa. We are the walking dead. E nel momento in cui non riusciamo a capire e a concepire l’irreversibilità della natura umana, cioè non riusciamo a immaginare che senso abbia la nostra vita se tanto ad aspettarci alla fine c’è la morte, ecco che ci facciamo una collezione. Ogni volta che troviamo uno splendido oggetto a lungo cercato e lo poniamo nella nostra libreria, quell’oggetto è morto. Se è un manga, ecco perchè non viene da noi letto. È morto. Io l’ho provata spesso questa sensazione, collezionando per un certo periodo modelli di robottoni. La gioia stava nella ricerca, nell’attesa, nell’unboxing, un rito mio e soltanto mio, ma quando il robottone posizionato nella posa figa veniva messo nella vetrinetta, là giaceva come in una tomba. Anche a livello di gratificazione personale la dose di piacere diminuiva fino a farsi leggera, potevo farla tornare in vita magari a volte, quando decidevo di cambiare posa al robottone, o quando avevo la possibilità di mostrare i miei oggetti ai miei amici, ma la sensazione era sempre la stessa. Stavo facendo vedere delle tombe, oggetti morti che tornavano in vita solo saltuariamente, perchè li possedevo, erano miei! e quindi potevo manipolarli ancora e ancora. E quando un oggetto era morto, non c’era nessun problema: un altro oggetto desiderato prendeva il sopravvento. Il ciclo di vita-morte di ogni singolo oggetto si ripeteva e si sarebbe potuta ripetere all’infinito, e per molti collezionisti di robot questo succede di brutto, se ad un certo punto non avessi perso il desiderio della collezione. Forse perchè avevo scoperto l’appagamento di avere a che fare con delle persone che mi mettevano in discussione, chi lo sa. Perchè mi ero stufato di avere sempre a che fare con me stesso, che non è una gran soddisfazione. O forse perchè ho trovato altri meccanismi compensativi che nella mia vita danno un senso alla morte, e che quest’ultima non è in grado di trascinarmi in un abisso di negazione e angoscia, in cui mi batto le orecchie come i bambini cocciuti dicendo la morte non c’è, non c’è, baaa, baaa. Non ti sentoooo, vocina che mi trascina nel mondo realeee. Forse ora sono in grado di non distrarmi, guardandomi nello specchio irreale di una collezione i cui tutti pezzi equivalgono a me stesso ripetuto all’infinito, forse ora sono in guardo di guardare il mio destino negli occhi e dirgli: non mi fai paura.

Concludo: molte cose scomode il libro di baudrillard mette in luce e in evidenza, in una analisi forse un po’ troppo lucida di come il consumismo e il circondarsi di “splendidi oggetti”, come li chiama lui, non sono altro che una fuga disperata dalla realtà della morte e dalla nostra miseria di esseri umani non in grado di capirci a vicenda o di aver a che fare l’uno con l’altro senza ferirci. Sembra la trama di evangelion, privata dei robottoni! E a questo punto risulta anche chiaro perchè il fenomeno del collezionismo manga si sia sviluppato in maniera esponenziale (oserei dire che è proprio nato) dalle ceneri di una pandemia globale, che ci ha ricordato chiaramente che il nostro destino è morire. Ma: non un giorno lontano, fra cinquant’anni. Forse domani. Forse oggi. Le collezioni sono un modo per tenere a bada questa angoscia, uno dei tanti, ma uno che ha preso il sopravvento, anche grazie alla natura poco spirituale del mondo e della società in cui stiamo vivendo, in cui in qualsiasi modo la si voglia pensare, immaginarsi un dio che ci accolga nelle sue braccia quando moriamo ormai è considerato un pensiero da bambini ingenuotti. Cosa è rimasto, quindi? È rimasto il paradiso degli oggetti, basta che siano neutri, castrati. I manga non sono più libri con storie profonde che leggiamo perchè ci aiutano a vivere e trovare un senso alla nostra vita, ma sono “i nostri oggetti”, privati del loro scopo principale, nel cui possesso ci rifugiamo arrotolandoci su noi stessi come degli armadilli. Irraggiungibili dal mondo, protetti dalla sua incomprensibilità, dall’idea della morte che incombe. E, tuttavia, anche se il mondo volesse conoscerci, non ne avrà la possibilità. Siamo ermetici, sigillati, e l’unico modo per scoprire qualcosa di noi è guardare la nostra collezione. Che però non dice niente di più di questo: angoscia esistenziale.

Per questo motivo non vi farò mai vedere la mia collezione manga. Perchè non ce l’ho. Ho solo molti libri eccezionali, che leggo e rileggo fino a consumarli, perchè rappresentano la lotta del genere umano contro l’involuzioneche porta alla morte interiore, che è l’unica che davvero conta.

So che questa supposta non verrà considerata dai collezionisti, anche dovesse capitare a caso all’interno dei loro feed o suggerimenti. Perchè parla delle cose che i collezionisti stessi vogliono mettere sotto il tappeto, nascondere, dimenticare. Ma nel caso ce ne fosse qualcuno, qui, che mi ha seguito in questo viaggio alla scoperta, anche angosciante, di cosa vuol dire realmente collezionare, io li prego con tutto me stesso di fare una singola cosa: aprite i manga che avete collezionato. Sfogliate quella variant da centinaia di euro. Leggetene la storia. Poi vendetela e comprateci il resto della serie, di quel titolo che avete appena sfogliato. Se siete fortunati, potreste trovare il significato della vita proprio lì, in quelle pagine che non avevate mai letto, scritte e disegnate da persone che non avevate mai considerato come tali. E il passo successivo sarà magari parlarci, con quelle persone, invece di rubargli un doodle più fico degli altri, per capire quali meravigliose esperienze hanno da regalarvi o voi avete da regalare loro, e in quali misteriosi, fantastici modi tutti noi possiamo metterci in discussione l’un l’altro per crescere e amarci come esseri umani.